Platform Decay, ottavo capitolo dei Murderbot Diaries di Martha Wells, è uscito il 5 maggio 2026 — e nello stesso mese, in un’intervista rilasciata a Reactor Magazine e ripresa da Gizmodo, l’autrice ha lasciato intendere che potrebbe essere l’ultimo della serie: ha un solo romanzo Murderbot sotto contratto e non sa se ce ne sarà un altro. Murderbot, ha detto, si trova finalmente “in un posto positivo”. Per chi ha esaurito Murderbot — o si prepara a farlo sapendo che potrebbe non esserci un seguito — la domanda non è cosa leggere dopo un libro su un’IA, ma cosa leggere dopo una voce non-umana costruita così bene da sembrare la cosa più umana del libro: non un’intelligenza artificiale generica, ma una prospettiva estranea alla nostra specie che nasce comunque da un’esperienza riconoscibile — ansia, isolamento, il bisogno di capire chi si prende cura di chi.
Ancillary Justice di Ann Leckie parte da una perdita di scala speculare a quella di Murderbot: Breq era un’intera nave da guerra e migliaia di corpi ausiliari connessi in un’unica coscienza, ridotta ora a un solo corpo, con tutta la memoria di prima e nessuna delle sue possibilità. Se in Wells la voce non-umana nasce da un’identità imposta dall’esterno, qui nasce dalla sua frammentazione — lo stesso principio, applicato al lato opposto del problema.
I Figli del Tempo di Adrian Tchaikovsky costruisce una civiltà di ragni che sviluppa coscienza nell’arco di generazioni, seguendo una logica biologica portata fino alle sue conseguenze più estreme, senza scorciatoie metaforiche. È lo stesso rigore — non l’empatia concessa in prestito al lettore, ma la costruzione paziente di una mente altra passo dopo passo — che rende credibile anche la psicologia di Murderbot.
Blindsight di Peter Watts è il contrario esatto della serie di Wells: un equipaggio che si interroga se la coscienza sia persino necessaria per sopravvivere, e se preoccuparsi degli altri sia un vantaggio evolutivo o solo un costo che l’evoluzione avrebbe fatto meglio a eliminare. Va letto dopo otto libri passati con un’IA che sceglie, volta per volta, di curarsi delle persone intorno a sé — qui si scopre cosa resta quando quella scelta non viene mai fatta.
Ma gli androidi sognano pecore elettriche? di Philip K. Dick è la domanda originaria da cui discende ogni narratore artificiale che dubita di sé: se l’empatia simulata sia distinguibile da quella reale, e se la differenza conti davvero per chi la vive dall’interno invece che per chi la misura dall’esterno con un test.
Hyperion di Dan Simmons non ha una voce non-umana fissa al centro, ma tra i racconti dei pellegrini in marcia verso le Tombe del Tempo si fa spazio anche il Console e le entità artificiali del Nucleo — un ultimo passo per chi, dopo quattro libri costruiti attorno a un’unica prospettiva estranea, vuole vederla ridotta a una voce tra tante, dentro una scala molto più ampia della sua.
Cosa rende credibile, alla fine, un narratore che non è umano? Leckie e Wells scommettono sull’esperienza — l’ansia, la cura, il bisogno di appartenere a qualcuno anche quando non si è stati programmati per farlo. Tchaikovsky e Watts scommettono sul contrario, sulla logica portata fino in fondo senza bisogno di rassicurazioni emotive. Hyperion non sceglie da che parte stare, e forse è proprio per questo che la domanda resta aperta anche dopo l’ultima pagina di Platform Decay.