Il grimdark non cresce più. Si nasconde dentro il dark academia
Se si sta al racconto che circola tra i lettori più accaniti del genere, il 2025 avrebbe dovuto essere l’anno della rivincita del grimdark: la romantasy ha saturato gli scaffali, BookTok si è riempito di copertine pastello e cuori infranti, e la reazione naturale — si dice — sarebbe stata un ritorno di massa a mondi dove nessuno è al sicuro e nessuna virtù viene ricompensata. I numeri raccontano un’altra storia. Circana, l’agenzia che ha ereditato il lavoro di NPD BookScan, ha chiuso il 2025 con il fantasy come macrocategoria in calo dell’8,7% — 24,1 milioni di copie vendute — e con il grimdark come etichetta di copertina in flessione, non in crescita, secondo i dati ripresi da Publishers Weekly e Publishing Perspectives. Se il grimdark non sta affatto vincendo la battaglia degli scaffali, dove è finita l’oscurità che i lettori giurano di volere ancora?
I numeri non dicono quello che il fandom racconta
Le cifre di crescita del grimdark che circolano online, quelle citate senza esitazione in decine di articoli e thread, non hanno alcuna fonte primaria verificabile: compaiono su siti aggregatori costruiti per intercettare traffico di ricerca, mai in un report Circana, mai in una nota ufficiale degli editori che seguono davvero il mercato. È il tipo di statistica che si autoalimenta perché conferma quello che il fandom vuole credere, non quello che il mercato sta effettivamente facendo. Quello che i dati reali mostrano è più scomodo per chi immagina il grimdark come il genere pronto a tornare a dettare l’agenda: il fantasy nel suo complesso perde terreno, e dentro quel calo l’etichetta più cupa perde ancora di più, non meno.
La vera crescita del 2025, quella certificata da un report Circana dedicato — Another Year of Romance, with a Dark Twist, pubblicato a giugno — non riguarda il fantasy oscuro ma la romance a tinte dark: dark romance, antieroi, paranormale sono tra i segmenti che corrono più veloce dentro la narrativa adulta americana. Onyx Storm di Rebecca Yarros, da solo, ha venduto circa 1,7 milioni di copie nel 2025, un numero che nessun romanzo pubblicato sotto l’etichetta grimdark si avvicina a toccare. Il pubblico non ha smesso di cercare conseguenze, crudeltà, personaggi che pagano un prezzo vero per le proprie scelte. Ha smesso di cercarle sotto quel nome.
L’oscurità non è sparita — ha cambiato contenitore
Se il pubblico compra sempre meno libri etichettati grimdark ma sempre più romance dark e dark academia, la spiegazione più semplice non è che la domanda di oscurità sia evaporata: è che si è spostata verso contenitori percepiti come più accessibili, meno stigmatizzati commercialmente, più facili da consigliare in libreria o da mostrare in un video di quindici secondi. Il grimdark porta con sé un’eredità precisa — machismo posato, nichilismo compiaciuto, l’ombra lunga di autori che ne hanno fatto sinonimo di violenza fine a se stessa — e quell’eredità lo rende un’etichetta scomoda da vendere a un pubblico allargatosi enormemente negli ultimi anni, in larga parte lo stesso pubblico che ha reso la dark romance il segmento più dinamico del 2025.
Il dark academia mainstream ha imparato a intercettare quella domanda vendendo l’estetica dell’oscurità — accademie gotiche, segreti sepolti tra biblioteche e rituali, un lessico di colpa e complicità — più spesso di quanto ne consegni davvero la sostanza. Naomi Novik, Leigh Bardugo, R.F. Kuang tornano ricorrentemente nella stessa critica: costruiscono atmosfere impeccabili e poi, nel momento in cui l’oscurità dovrebbe costare qualcosa ai personaggi, tirano il freno. Anche Babel. Una storia arcana di Kuang, che pure alza la posta rispetto ai suoi esordi, resta ancorato a una struttura che protegge i suoi protagonisti più di quanto le premesse del romanzo lascino intendere. È dark academia come genere di comfort travestito da genere di rischio — e funziona, commercialmente, proprio perché lascia il lettore libero di godersi l’estetica senza mai davvero temere per chi la abita.
Daughter of Crows — il caso che smentisce la separazione tra i due generi
Daughter of Crows di Mark Lawrence, primo volume della trilogia The Academy of Kindness (conosciuta durante la lavorazione come Maiden, Mother, Hag, in uscita negli Stati Uniti il 24 marzo 2026 per Ace e nel Regno Unito il 26 marzo per Voyager), esiste apposta per smontare quella scorciatoia. Il romanzo si muove sullo stesso terreno del dark academia — un’accademia, la Academy of Kindness, che forma agenti di giustizia sanguinari sul modello delle Furie — e ne prende in prestito l’iconografia senza comprarne le protezioni: ogni anno cento ragazze vengono vendute all’istituto, e solo tre sopravvivono a dieci anni di addestramento. Lawrence costruisce la storia su tre linee temporali intrecciate, e i primi lettori l’hanno accolto con un entusiasmo che va oltre la cortesia editoriale: alcuni critici lo indicano già come uno dei contendenti per il miglior romanzo fantasy del 2026.
Chi lo ha letto in anteprima ha notato qualcosa di preciso: è un romanzo che richiama esplicitamente l’estetica del trend dark academia ma che, a differenza di Novik, Bardugo e Kuang, riesce davvero a fare del male ai propri personaggi, senza restare ancorato alle strutture di comfort tipiche dello YA. Non è un’osservazione casuale, perché è esattamente l’accusa che si può muovere al genere nel suo complesso: il dark academia vende l’oscurità come atmosfera, Lawrence la tratta come conseguenza — e la differenza si sente riga dopo riga.
Per chi segue Mark Lawrence da anni, questo non è un cambio di rotta ma la stessa poetica applicata a un contenitore diverso. In Il principe dei fulmini, il romanzo che ha aperto la sua serie Broken Empire, Lawrence non ha mai ammorbidito le conseguenze per i suoi personaggi — non lo faceva quando il contenitore era l’epic fantasy in rovina, non lo fa ora che il contenitore è l’accademia. Non è un caso che lo stesso principio guidi anche il ritorno di un altro autore che il grimdark lo ha praticamente inventato: Joe Abercrombie, che con The Devils ha dimostrato che l’ironia nera e la crudeltà possono convivere senza che l’una svuoti l’altra. Chi cerca ancora quella grammatica — conseguenze reali, personaggi che la trama non salva mai per convenienza — può ripercorrerne le coordinate essenziali, ma la trova, oggi, più spesso travestita da qualcos’altro.
Resta un problema che i numeri di Circana non risolvono e che Daughter of Crows, paradossalmente, rende più urgente: se l’oscurità sopravvive sugli scaffali solo quando si maschera da dark academia o da dark romance — quando diventa commercialmente presentabile indossando i vestiti di un genere che vende meglio — che cosa resta dell’identità del grimdark come genere a sé? È ancora una tradizione con una propria grammatica, una propria storia, propri autori di riferimento, oppure è diventato un ingrediente che altri generi importano quando gli conviene, salvo abbandonarlo non appena il marketing richiede un’etichetta più accogliente?