Joe Abercrombie è tornato — e ha portato un prete, un vampiro, un licantropo e un negromante
Quando hai smesso di credere negli eroi?
La domanda non è retorica. Il fantasy classico costruisce la propria architettura emotiva sulla certezza che esistano — che da qualche parte, in fondo alla quest, ci sia qualcuno che merita di vincere e che vincerà, perché il genere ha fatto una promessa e intende mantenerla. L’epic fantasy li ingrandisce fino alla statura mitica, l’urban fantasy li porta nel tuo quartiere e li mette a risolvere problemi con le regole del noir, e tutto sommato il patto rimane: il bene esiste, si riconosce, e alla fine prevale.
Il grimdark nasce dal momento in cui quella promessa si rivela insostenibile — o, nella versione più interessante, dal momento in cui un autore decide di prenderla sul serio abbastanza da smontarla. Joe Abercrombie è l’uomo che ha fatto questa operazione con più acutezza e più coerenza di chiunque altro nell’ultimo ventennio, costruendo un universo narrativo che usa gli strumenti del fantasy epico per dire qualcosa di sostanzialmente opposto a quello che il fantasy epico di solito dice. Dopo quattro anni di silenzio è tornato con un romanzo che non assomiglia a niente di quello che ha scritto prima, con James Cameron che ha già acquisito i diritti cinematografici e con la comunità dei lettori grimdark divisa, per la prima volta, non sull’oscurità dei suoi libri ma sulla loro levità.
Da montatore televisivo a Lord Grimdark
C’è qualcosa di appropriato nel fatto che Abercrombie sia nato il 31 dicembre 1974 — l’ultimo giorno dell’anno, come se il calendario avesse esaurito tutte le opzioni migliori e si fosse accontentato di quello che restava. Ha studiato psicologia a Manchester, poi si è trasferito a Londra dove ha trovato lavoro in televisione facendo il tè per una società di post-produzione al minimo salariale, prima di riconvertirsi in montatore freelance e passare anni a costruire documentari, show musicali e concert footage per artisti che spaziano da Barry White a Coldplay, con il tempo libero tra un lavoro e l’altro impiegato a scrivere un romanzo fantasy che aveva nella testa da prima dell’università.
Il background da montatore si avverte in ogni pagina dei suoi libri, e non è una metafora: il pacing di Abercrombie ha la precisione di chi sa dove tagliare, chi riconosce il momento esatto in cui una scena ha detto quello che doveva dire e aggiungere altro sarebbe solo rumore. Non ci sono pagine morte nell’universo della Prima Legge. La formazione in psicologia, d’altra parte, spiega qualcosa di altrettanto caratteristico — quella capacità di costruire personaggi con una coerenza interna così solida che le loro scelte peggiori sembrano inevitabili invece che arbitrarie, quella tendenza a mostrare il processo di autogiustificazione con cui le persone si convincono di fare la cosa giusta mentre fanno la cosa terribile.
Il suo handle su Twitter e Bluesky è @lordgrimdark — non un soprannome datogli dai fan ma qualcosa che si è scelto lui, con l’autoironia che percorre tutta la sua opera come una vena d’umorismo nero che non smette mai completamente di essere seria.
The Blade Itself lo ha completato nel 2004 durante una pausa tra lavori di montaggio, Gollancz lo ha acquistato assieme ai due seguiti in un contratto a sette cifre — se conti le colonne dei centesimi, ha scritto Abercrombie sul suo sito con la precisione autoironica di chi sa esattamente cosa sta facendo — e il libro aveva editori in trenta paesi prima ancora che la trilogia fosse terminata.
Il trucco che nessuno aveva fatto prima
La trilogia The First Law — Il richiamo delle spade, Non prima che siano impiccati, L’ultima ragione dei re, pubblicata tra il 2006 e il 2008 — ha modificato le aspettative del fantasy epico nel modo più efficace possibile: fingendo di rispettarle con una diligenza così convincente che non ti accorgi di quello che sta succedendo finché non è troppo tardi per non esserne cambiato.
Il meccanismo è semplice da descrivere e difficile da eseguire. Prendi tre archetipi che ogni lettore del genere porta con sé come bagaglio implicito: Logen Novedita, il barbaro dal passato oscuro e violento che vorrebbe smettere di essere quello che è ma non riesce; Bayaz, il mago antico e sapiente che conosce i segreti del mondo e guida i protagonisti verso qualcosa di importante; Jezal dan Luthar, il giovane ufficiale nobile, vanitoso e mediocre, che secondo tutte le leggi narrative del genere dovrebbe crescere e diventare l’eroe che non sa ancora di essere. Mettili in una storia che ha tutti i movimenti riconoscibili — la quest, la guerra, l’antagonista, le alleanze instabili, il momento in cui le forze del bene sembrano sul punto di prevalere — e lascia che il lettore si sistemi comodamente nella poltrona dove sa già come va a finire.
Poi smontali dall’interno, con metodica pazienza, per trecentomila parole.
Non succede in modo vistoso. A metà del primo volume qualcosa inizia a scricchiolare in modo appena percettibile, come una crepa in una parete che non riesci a localizzare con precisione ma che sai che è lì. I personaggi si comportano in modi che non tornano del tutto con le promesse implicite dei loro archetipi di partenza. Le motivazioni slittano. Le risoluzioni arrivano in forme che il contratto narrativo del genere non aveva previsto. E quando finisci la trilogia e guardi indietro, realizzi che Abercrombie sapeva esattamente dove stava andando dall’inizio, e che la storia che credevi di stare leggendo era sempre stata un’altra storia.
Il grimdark funziona, nella sua versione migliore, non come negazione del fantasy ma come interrogazione radicale delle sue premesse: cosa significa il potere quando non ci sono eroi per esercitarlo responsabilmente? Cosa rimane di un uomo dopo anni di guerra che ha vinto e perso in egual misura? Come si costruisce la certezza morale necessaria per fare cose terribili in nome di cause giuste — e quanto di quella certezza è autoinganna e quanto è lucidità reale? Le risposte che Abercrombie dà non consolano, il che è precisamente il punto, perché le domande non ammettono consolazione.
Dopo la trilogia ha continuato ad espandere lo stesso universo in forme sempre diverse, usando il mondo già stabilito come campo di sperimentazione per generi contigui: Il sapore della vendetta (Il sapore della vendetta, 2009) è un revenge thriller con meccaniche da heist, The Heroes (2011) è un romanzo di guerra concentrato su una singola battaglia di tre giorni con la densità morale di un documento storico, Red Country (2012) è un western travestito da fantasy con la stessa malinconia degli ultimi film di Clint Eastwood. Poi la trilogia The Age of Madness (2019-2021), che porta lo stesso universo attraverso una rivoluzione industriale e mostra come le strutture di potere che la Prima Legge aveva costruito si deformino sotto il peso del cambiamento economico. Nove romanzi, due raccolte di racconti, un corpus che non ha equivalenti nel genere per coerenza interna e per la capacità di stare fermo sui propri temi mentre cambia continuamente forma.
I Demoni: il ritorno
I Demoni (I Demoni) è uscito il 6 maggio 2025, primo romanzo di Abercrombie completamente fuori dall’universo della Prima Legge dal 2015 e primo volume di una nuova trilogia che Tor Books ha acquisito all’asta — dettaglio non irrilevante, perché dice qualcosa sull’entità dell’aspettativa che l’editoria anglosassone aveva già collocato intorno al suo ritorno.
L’Europa di I Demoni è un posto malconcio: divisa tra due chiese cristiane in scisma, percorsa da principi ambiziosi e indifferenti al benessere di chiunque tranne se stessi, e costantemente minacciata dall’unica certezza condivisa da tutti — gli elfi stanno arrivando, e quando arrivano mangiano le persone. Non gli elfi di Tolkien, nobili, melanconici, destinati a salpare verso Valinor con una dignità che fa quasi commuovere: questi sono creature di puro appetito, e la loro avanzata è l’apocalisse di fondo contro cui si svolge tutta la storia. La soluzione elaborata dalla giovane Papa Benedetta — donna, fatto non irrilevante in un romanzo che costruisce consapevolmente le sue protagoniste femminili in risposta ai limiti della Prima Legge — è affidare a Frate Diaz, monaco onesto e costituzionalmente inadatto a qualsiasi forma di violenza, il comando di una squadra composta da un vampiro millenario e spossato, un licantropo che non riesce a controllarsi nelle circostanze sbagliate, un negromante con un’autostima inversamente proporzionale ai risultati che produce, un’ex-pirata di incerta lealtà e un elfo semi-visibile dai programmi propri. La missione: trasportare una giovane ladra fino a Troia, dove è erede al trono, e unire la chiesa divisa in tempo per l’apocalisse.
La struttura è quella di un road movie gotico attraverso un medioevo immaginario che Abercrombie, in un’intervista con Grimdark Magazine, ha definito esplicitamente «la versione stupida del nostro mondo» — aggiungendo che l’idea era costruire un contesto il più vago e mal definito possibile, l’opposto del worldbuilding scrupoloso che caratterizzava la Prima Legge, in modo che il mondo sembri un sogno febbricitante contro cui i personaggi e i loro conflitti esplodono con doppio impatto.
È la scelta opposta a quella che lo aveva reso famoso, e funziona precisamente perché serve a cose diverse: il peso specifico del mondo della Prima Legge amplificava la tragedia, ogni dettaglio storico e geografico aggiungendo uno strato di realtà al dolore dei personaggi. Qui la vaghezza del contesto serve la commedia — e I Demoni è un libro comico nel senso più serio del termine, ovvero nel senso che usa l’umorismo come strumento di analisi morale invece che come decorazione.
Diversi lettori lo hanno paragonato a Terry Pratchett per il ritmo e per quella capacità di tenere insieme il registro farsesco e il registro tragico senza che l’uno cancelli l’altro, e il paragone non è generoso ma è pertinente: il negromante Balthazar, con la sua opinione di sé così inesorabilmente più alta delle sue effettive capacità, è tra i personaggi più riusciti che il fantasy abbia prodotto di recente, e la scena in cui convoca dai sotterranei infernali un Duca per un interrogatorio ha fatto ridere i recensori di Grimdark Magazine — e Grimdark Magazine, per definizione professionale, non ride facilmente. Il libro ha debuttato nelle classifiche del New York Times e del Sunday Times, è stato nominato ai Goodreads Choice Awards 2025 in due categorie, e su BookTok circola sotto la definizione di «grimdark fantasy che non sapevi di aver bisogno» — frase con cui i lettori videofilmano se stessi mentre consumano il libro a velocità che la carta non è progettata per reggere.
La divisione
I Demoni divide i fan di Abercrombie con una nettezza insolita per un autore che aveva costruito la propria reputazione su un pubblico compatto e fedele, e la divisione vale la pena nominarla direttamente perché è istruttiva.
La critica che viene sollevata nei forum specializzati con più frequenza è che il tono comico — quella cadenza da «una battuta per riga» che alcuni lettori hanno identificato come la modalità narrativa dominante del libro — sia una concessione al mercato del 2025 piuttosto che una scelta stilistica autentica, che Abercrombie stia cercando la viralità di BookTok invece di restare fedele alla brutalità morale che aveva definito la Prima Legge, e che il paragone con Pratchett sia in realtà un avvertimento travestito da elogio.
È una critica che ha un fondamento, anche se la lettura più generosa e probabilmente più accurata è quella di chi vede in questo cambio di registro non una capitolazione ma la continuazione di un pattern che dura dall’inizio della carriera: la Prima Legge è tragica, Il sapore della vendetta è cinica con venature di ironia nera, The Heroes è malinconica, Red Country è quasi elegiaca, la trilogia The Age of Madness è rabbiosa. I Demoni è comica. Abercrombie ha sempre usato il tono come uno strumento e non come un’identità, il che significa che ogni suo libro è in qualche modo insoddisfacente per chi vuole il libro precedente riscritto. Il limite di questa lettura è che va d’accordo con la sua opera ma non risolve la domanda specifica se I Demoni sia buono — e qui le opinioni rimangono divise, con i personaggi ritenuti quasi universalmente riusciti e il ritmo complessivo giudicato variamente come «energia pura» o come «superficie che sostituisce la profondità.»
Quello che è fuori discussione è che Vigga il licantropo, Frate Diaz e Balthazar il negromante abitano la pagina con la stessa presenza fisica e psicologica dei migliori personaggi della Prima Legge — il che è, per chi conosce quei libri, la prova che conta.
Hollywood vuole Abercrombie
La notizia che ha ridefinito la conversazione intorno a I Demoni non è arrivata dalla comunità letteraria ma da un annuncio su Facebook che James Cameron — Terminator, Aliens, Titanic, Avatar, due dei cinque film con i maggiori incassi della storia del cinema — ha acquisito i diritti cinematografici del romanzo e co-scriverà la sceneggiatura con Abercrombie, con la lavorazione prevista non appena Avatar: Fire and Ash sarà in distribuzione. Cameron ha dichiarato di seguire Abercrombie da anni e di aver letto tutta la saga della Prima Legge, aggiungendo che la freschezza del mondo e dei personaggi di I Demoni lo aveva finalmente convinto a comprare qualcosa e a costruire una collaborazione.
Contemporaneamente, e in direzione opposta, il progetto Il sapore della vendetta — il film tratto dall’omonimo romanzo standalone della Prima Legge che Tim Miller, il regista del primo Deadpool, aveva sviluppato per Skydance con Rebecca Ferguson nel ruolo della mercenaria protagonista Monzarro Murcatto, e che Miller stesso aveva descritto come un incrocio tra Kill Bill e Game of Thrones — è stato definitivamente abbandonato da Paramount dopo essere rimasto congelato dagli scioperi WGA del 2023 e poi ulteriormente danneggiato dalla fusione tra Skydance e Paramount, che ha portato alla revisione di diversi progetti in sviluppo.
Il quadro che emerge da questi due movimenti simultanei e opposti è quello di un autore che si trova in quel momento specifico della carriera in cui il consenso critico e commerciale convergono abbastanza da rendere ogni suo libro un evento, mentre l’industria cinematografica — come sempre più lenta dei libri ad arrivare e più lenta ancora a completare quello che inizia — insegue una reputazione che nel frattempo si è già spostata altrove. Il grimdark, che qualcuno dava per esaurito sotto il peso della proliferazione romantasy, ha evidentemente ancora abbastanza forza di gravità da attirare il nome più grande del cinema commerciale mondiale.
Da dove iniziare
Se non hai letto niente di Abercrombie, hai tre possibilità che servono obiettivi diversi.
La trilogia The First Law — Il richiamo delle spade, Non prima che siano impiccati, L’ultima ragione dei re — rimane il punto di partenza canonico per chi vuole capire cosa ha reso questo autore quello che è: tre libri con una storia che si chiude, senza attese, con tutta la complessità morale e la sottigliezza strutturale che ha definito il grimdark moderno. Il prezzo da pagare è che il primo volume è di orientamento, costruisce personaggi invece di innescare azione, e chi ha bisogno di ritmo immediato rischia di perdersi prima che il meccanismo si riveli.
Il sapore della vendetta è l’alternativa per chi vuole un romanzo singolo, autoconcluso, che non richiede nulla di pregresso: una mercenaria tradita, gettata da una montagna, che sopravvive e si dedica sistematicamente a uccidere i sette uomini che hanno ordinato la sua morte. È il libro che Cameron ha citato come il suo preferito di Abercrombie, e il giudizio di un regista abituato a pensare per strutture narrative di grandissima scala merita considerazione.
I Demoni è invece il punto d’ingresso per chi vuole il libro nuovo, senza nessun obbligo di ordine cronologico: l’universo è separato dalla Prima Legge, il tono è più leggero, la lettura è più veloce, e se dovesse convincere ci sono altri nove romanzi ad aspettare.
Il secondo volume di I Demoni è atteso nel 2026, Cameron sta ancora finendo Avatar, e il grimdark — che nel ciclo naturale dei generi letterari avrebbe dovuto cedere il passo al romantasy degli elfi e dei draghi da cavalcare — si è preso la copertina del cinema mondiale con un prete incapace di violenza che guida un’équipe di mostri verso una missione che ha ogni probabilità di ucciderli tutti.
Qualcosa di vero sull’umanità, nascosto dentro una storia con un vampiro anziano che non riesce a smettere di mangiare la gente sbagliata. Abercrombie ha sempre saputo dove mettere le mani.