Cosa è successo ai grandi classici fantasy degli anni ’90?

C’è una domanda che torna periodicamente nei thread di r/fantasy, di solito sotto forma di un post nostalgico: “Ho appena riletto Belgariad / Dragonriders of Pern / le Cronache di Thomas Covenant dopo vent’anni, e…” — e la frase si interrompe sempre in modi diversi, ma quasi mai con un entusiasmo puro. A volte è delusione, a volte è disagio, a volte è semplicemente la sensazione di aver riletto un manufatto di un’epoca che non esiste più. Eppure questi sono i libri che hanno costruito gli scaffali fantasy delle librerie di paese per due decenni, che hanno formato il gusto di una generazione di lettori — molti dei quali oggi scrivono, recensiscono, curano case editrici. Perché, allora, se ne parla così poco? Non è una domanda retorica, e non ha una risposta sola: ci sono libri che il tempo ha logorato, e libri che il genere ha semplicemente superato. Sono due fenomeni diversi, e vale la pena distinguerli — perché raccontano due storie molto diverse su come evolve un genere letterario.

Quelli che il tempo ha logorato

David Eddings è stato, per buona parte degli anni ’80 e ’90, uno degli autori fantasy più letti al mondo. Belgariad e il suo seguito Malloreon — la storia di Garion, ragazzo di fattoria che scopre di essere l’erede di una profezia millenaria — hanno introdotto intere generazioni alla quest fantasy in stile classico: il gruppo di compagni eterogenei, il mentore enigmatico, il viaggio attraverso un mondo costruito con cura geografica e culturale. Funzionava, e funzionava bene, per il lettore che Eddings aveva in mente: prevalentemente giovane, prevalentemente desideroso di una narrazione confortevole dove il bene e il male sono distinguibili e l’umorismo stempera la tensione. Riletto oggi, però, Belgariad mostra le cricche della sua costruzione — i personaggi femminili relegati a ruoli funzionali, l’umorismo che spesso scivola in stereotipo culturale applicato ai vari popoli del mondo secondario, una struttura prevedibile che l’abbondanza successiva del genere ha rimpiazzato. E poi c’è l’elemento che pochi fan vogliono affrontare ma che è ormai parte ineludibile della conversazione: nel 2009 emerse pubblicamente la vicenda giudiziaria che coinvolse Eddings e la moglie Leigh, relativa ad abusi su minori adottivi avvenuti decenni prima. Non è il genere di informazione che cancella un’opera dalla memoria collettiva di colpo, ma è il genere di informazione che rende più difficile — per molti lettori, e per molti librai — riproporla con lo stesso entusiasmo di una volta. Il risultato è un autore che resta sugli scaffali ma che raramente viene consigliato attivamente.

Piers Anthony e la sua sterminata serie di Xanth — oltre quaranta volumi, iniziata nel 1977 e proseguita per decenni — raccontano una storia per certi versi parallela. Xanth era (ed è) un mondo fantasy comico, pieno di giochi di parole e di un’irriverenza che negli anni ’80 e ’90 sembrava scanzonata e oggi, letta con occhi contemporanei, rivela un sottotesto che molti lettori — specialmente lettrici — descrivono come a tratti francamente misogino: l’ossessione ricorrente per la sessualità adolescenziale, l’oggettificazione costante dei personaggi femminili, una comicità che invecchia male perché il suo bersaglio era spesso, semplicemente, le donne. Per chi ha letto Xanth da ragazzino negli anni ’90 senza percepire nulla di tutto questo, la rilettura è spesso uno shock — non perché il libro sia cambiato, ma perché il lettore sì. Questo è precisamente il tipo di opera che oggi si discute meno non perché sia stata “cancellata”, ma perché la sensibilità collettiva si è spostata, e pochi sentono il bisogno di colmare quella distanza per un’opera che, va detto, non offriva granché oltre l’intrattenimento del suo tempo.

Quelli che il genere ha superato

C’è poi una categoria completamente diversa, e probabilmente più interessante: autori che non hanno fatto nulla di sbagliato, le cui opere restano solide nella loro architettura, ma che sono stati superati dal genere che in parte hanno contribuito a creare. Il caso più emblematico è quello di Tad Williams. La sua trilogia Memoria, Dolore e Spina (1988-1993) è, per ammissione diretta di George R.R. Martin, una delle ispirazioni fondamentali per Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco: la scala epica, il punto di vista multiplo, la disponibilità a far morire personaggi che il lettore aveva imparato ad amare, l’idea che la minaccia ai margini della mappa fosse più importante delle guerre dinastiche al centro. Tutto questo, in Memoria, Dolore e Spina, arriva prima — ma arriva anche con un ritmo che i lettori cresciuti su A Song of Ice and Fire trovano oggi faticoso, una prosa più diluita, una costruzione che richiede una pazienza che il fantasy contemporaneo ha disimparato a chiedere. Williams è il padre dimenticato di un’intera corrente, e la sua opera oggi viene citata più spesso nei saggi sulla storia del genere che nelle liste “cosa leggere dopo Game of Thrones” — eppure è esattamente lì che dovrebbe stare.

Anne McCaffrey e la sua serie I Cavalieri dei Draghi di Pern, iniziata nel 1968 ma che ha trovato il suo pubblico più ampio negli anni ’80 e ’90, ha fatto qualcosa che oggi sembra scontato e allora non lo era affatto: ha trattato i draghi non come mostri o simboli, ma come compagni — creature senzienti legate ai loro cavalieri da un bond psichico, in un mondo che mescolava fantasy e fantascienza con un’eleganza rara per l’epoca. Pern ha aperto la strada a tutto un filone di “draghi come relazione” che oggi prolifera ovunque, da Fourth Wing di Rebecca Yarros ai romance fantasy con compagni alati di ogni tipo. Ma proprio per questo Pern oggi si legge come un antenato: il lettore che arriva da Yarros trova in McCaffrey un mondo più lento, una romance più castigata, una struttura narrativa che il genere ha da tempo accelerato e intensificato. Non è che Pern sia invecchiato male — è che i suoi discendenti hanno preso l’idea e l’hanno spinta più lontano.

Stephen R. Donaldson, con le Cronache di Thomas Covenant (a partire dal 1977), ha fatto qualcosa di radicale per il suo tempo: ha messo al centro della quest fantasy un protagonista profondamente non eroico — un uomo malato di lebbra, amaro, capace di un atto di violenza all’inizio della storia che il libro non gli permette mai di dimenticare né al lettore di perdonare facilmente. È uno dei primi, veri antieroi del fantasy epico, anni prima che “grimdark” diventasse un’etichetta. Eppure oggi Covenant viene letto raramente, e quando viene letto spesso viene abbandonato a metà: non perché l’idea sia datata, ma perché il genere ha prodotto decine di protagonisti moralmente compromessi più accessibili, meno respingenti nella loro caratterizzazione iniziale. Donaldson ha aperto una porta che altri hanno varcato con più grazia narrativa.

I casi di mezzo — e l’eccezione che conferma la regola

Dragonlance è la saga che racconta la storia più strana di tutte, e proprio per questo è difficile da collocare. Margaret Weis e Tracy Hickman hanno costruito, a partire dal 1984, un universo fantasy legato a Dungeons & Dragons che ha venduto decine di milioni di copie e formato lettori in tutto il mondo — ma nel 2020 si sono ritrovati a citare in giudizio Wizards of the Coast per rottura di contratto, dopo che la casa editrice aveva silenziato senza spiegazioni una nuova trilogia già in lavorazione. La vicenda si è risolta entro la fine dell’anno senza che le condizioni venissero mai rese pubbliche, e i libri sono usciti con cadenza annuale: la trilogia DestiniesDragons of Deceit (agosto 2022), Dragons of Fate (agosto 2023), Dragons of Eternity (agosto 2024) — ha trovato i suoi lettori tra chi Krynn lo conosce già, è stata accolta con calore dalla comunità storica della saga, e ha dimostrato che Weis e Hickman non avevano finito di avere qualcosa da dire in quel mondo. Eppure Dragonlance resta ai margini della conversazione principale del fantasy contemporaneo: non è dimenticata, non è scalzata da un’ombra biografica come Eddings, non è stata superata da eredi più raffinati come McCaffrey — è semplicemente una saga che vive nell’affetto di chi la conosce, senza che esista ancora un motore capace di portarla verso chi non la conosce affatto.

La storia di Shannara ha un arco più amaro, e ha avuto la sfortuna di essere raccontata in modo particolarmente rumoroso dal fallimento del suo tentativo più ambizioso di rinnovarsi. Quando nel 2016 MTV ha mandato in onda The Shannara Chronicles — produzione dall’estetica young adult, ambientata in un futuro post-apocalittico che doveva essere il cavallo di Troia per portare la saga a un pubblico che non aveva mai letto Terry Brooks — la serie ha esordito con oltre sette milioni di spettatori e sembrava, per un momento, che potesse fare per Shannara ciò che Game of Thrones aveva fatto per Martin. Non è andata così: lo show è scivolato rapidamente di rete, da MTV a Spike, e nel gennaio 2018 è stato cancellato con un pubblico ridotto a poche centinaia di migliaia di spettatori, senza aver convinto una nuova generazione né soddisfatto quella storica. L’adattamento non ha rilanciato il franchise — lo ha reso, se possibile, più marginale di prima, perché ha consumato l’unica grande opportunità di visibilità mainstream che la saga avesse avuto in decenni. Poi, nel marzo 2025, è arrivato l’epilogo silenzioso che chiudeva un cerchio già chiuso da tempo: Terry Brooks ha annunciato il suo ritiro dalla scrittura attiva, passando la serie a Delilah S. Dawson dopo aver pubblicato il suo ultimo romanzo di Shannara, Galaphile: The First Druids of Shannara. Non è stato un addio drammatico — Brooks ha parlato con lucidità delle sue condizioni di salute e del desiderio di non scrivere oltre le proprie capacità — ma ha segnato la fine di un’epoca nel modo più definitivo possibile: non un’opera che invecchia, non un autore che viene dimenticato, ma uno scrittore che chiude consapevolmente la porta dietro di sé.

E poi c’è R.A. Salvatore, che merita una menzione separata perché racconta una storia diversa da tutte le altre. Drizzt Do’Urden, il suo elfo oscuro ranger introdotto nel 1988, non è scivolato nel dimenticatoio — al contrario, è probabilmente più presente nella cultura pop oggi di quanto non fosse trent’anni fa. Salvatore continua a scrivere romanzi su di lui (l’ultimo, Glacier’s Edge, è del 2023), e Drizzt ha beneficiato di un effetto che nessuno degli altri autori qui menzionati ha avuto: l’esplosione di Dungeons & Dragons come fenomeno mainstream, trainata da Stranger Things, da Critical Role e da Baldur’s Gate 3. Drizzt non è un personaggio “riscoperto” — è un personaggio che non ha mai smesso di avere un ecosistema dietro di sé pronto a tenerlo in vita. È la prova, per contrasto, che ciò che decide se un classico fantasy resta nella conversazione non è solo la qualità intrinseca del testo, ma anche — forse soprattutto — se esiste ancora un motore culturale che continui a portare nuovi lettori verso quel nome.

Se stai cercando un punto di partenza — o di ritorno — abbiamo raccolto i libri fondamentali per costruirsi una libreria fantasy solida.

Il che lascia una domanda aperta, ed è forse la più interessante di tutte: quali dei classici fantasy che leggiamo oggi — quelli che sembrano insuperabili, quelli che tutti raccomandano — si troveranno, tra vent’anni, in una di queste due categorie? E quali, invece, avranno la fortuna di Drizzt: un ecosistema che continuerà a portare lettori nuovi verso pagine già scritte da tempo?

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