Saggio 5 libri

Solarpunk e hopepunk: libri per chi vuole un futuro che funziona

Il fantasy che immagina un futuro in cui qualcosa funziona

Nel 2025 il primo Climate Fiction Prize della storia è andato a Abi Daré per And So I Roar — un segnale che il filone cli-fi, di cui solarpunk e hopepunk sono le declinazioni più ottimiste, si sta strutturando come categoria editoriale con una sua giuria, un suo pubblico, una sua legittimità critica. Ma lo stesso anno, il Goodreads Choice Award per la fantascienza è finito nelle mani di The Compound di Aisling Rawle, distopia da 45.287 voti — la prova che il lettore medio, messo di fronte alla scelta, vota ancora per la fine del mondo. Non è una contraddizione da risolvere in una riga: è la fotografia di un genere che cresce ai margini di un mainstream che continua a preferire l’apocalisse alla ricostruzione.

Solarpunk e hopepunk non sono sinonimi: il primo è una geografia — un mondo che funziona, spesso su basi climatiche o tecnologiche — il secondo è una postura, il modo in cui ci si comporta mentre lo si costruisce (termine coniato da Alexandra Rowland nel 2017, in risposta diretta alla stanchezza da grimdark). Nessuno dei due elimina il conflitto: lo spostano da “il mondo è condannato” a “che cosa scegliamo di fare, ora che tocca a noi ricostruirlo”. I cinque libri di questa lista abitano quello spostamento, da angolazioni diverse.

Un salmo per il robot di Becky Chambers mette in scena un mondo post-industriale in cui la scarsità è già stata risolta, e lo fa senza mai dichiararlo: lo si scopre osservando una monaca del tè e un robot senziente che camminano insieme per settimane, discutendo di bisogni e non di sopravvivenza. È il testo fondativo del filone perché l’utopia non viene spiegata, viene abitata — un’operazione narrativa più difficile di qualunque distopia, dove il conflitto è già dato in partenza.

Legends & Lattes di Travis Baldree parte da una dichiarazione quasi polemica: un’orchessa guerriera appende l’ascia al chiodo e apre una caffetteria in una città che non l’ha mai vista fare altro che combattere. È hopepunk nella sua forma più diretta — non un mondo diverso, ma una scelta etica dentro un fantasy altrimenti standard: costruire invece di continuare a menare fendenti, scoprendo che la seconda opzione richiede un coraggio diverso, non minore.

Il ministero per il futuro di Kim Stanley Robinson è il romanzo che la maggior parte della narrativa climatica evita di scrivere: quello in cui la crisi non viene solo raccontata ma affrontata, con soluzioni politiche, finanziarie e tecniche che attraversano decenni e continenti. È il testo di riferimento del solarpunk adulto, quello che si è tolto la favola di dosso, e mostra il “come” istituzionale — commissioni, banche centrali, ingegneria del clima — che nella cli-fi più leggera resta quasi sempre sullo sfondo.

I reietti dell’altro pianeta di Ursula K. Le Guin è il precursore che rende questa lista meno una moda e più una tradizione: la società anarco-cooperativa di Anarres, povera e faticosa ma coerente con se stessa, messa a confronto diretto con l’abbondanza diseguale del pianeta capitalista che le sta di fronte. Scritto nel 1974, dimostra che l’impulso a immaginare alternative funzionanti — con tutti i loro compromessi — precede di decenni l’etichetta che oggi gli diamo.

The Long Way to a Small, Angry Planet di Becky Chambers chiude la lista tornando alla stessa autrice del primo titolo, ma cambiando scala: non più una coppia in cammino, bensì l’equipaggio di un’astronave-tunnel dove specie diverse, generi diversi, modi diversi di amare convivono senza che nessuno debba giustificarsi. La cura reciproca qui non è la posta in gioco della trama — è semplicemente come funziona la vita a bordo, il dettaglio più hopepunk di tutti: normalizzare ciò che altrove sarebbe ancora un tema.

Se l’hopepunk resta un angolo di libreria e non lo scaffale principale, forse è perché il lettore forte non crede davvero che quei mondi siano possibili — o forse è solo perché nessuno ha ancora scommesso su questi libri la stessa macchina promozionale riservata a ogni nuova distopia young adult. Il Climate Fiction Prize è un inizio. Non è ancora una risposta.

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Cozy Fantasy Fantascienza Per appassionati

Un salmo per il robot

Becky Chambers · 2021 · 184 pag.

Monk and Robot (vol. 1)

4.0/5

In questo futuro l’umanità ha risolto i problemi della sopravvivenza: il lavoro è una scelta, non una necessità, e i robot che un tempo servivano la civiltà hanno deciso di andarsene nel bosco per diventare qualcos’altro. Sibling Dex è un monaco di un tempio itinerante del tè — porta conforto alle persone, ascolta, non risponde domande — e ha smesso di sentirsi soddisfatto. Quando incontra Mosscap, il primo robot a tornare dopo secoli, si trovano a camminare insieme verso una domanda che nessuno dei due sa ancora formulare.

Chambers dimostra che il cozy non è necessariamente fantasy: è una filosofia narrativa applicabile a qualsiasi ambientazione. Il libro è breve, lento, meditabondo — l’opposto dell’epic fantasy in ogni dimensione. Le domande che fa — cosa vuoi dalla vita quando le necessità sono risolte? cosa significa essere abbastanza? — non hanno risposta nel testo, e questo è deliberato. Ha vinto l’Hugo Award 2022 come miglior novella. Pubblicato in Italia da Mondadori nella collana Urania (n. 1722, 2024).

2
Cozy Fantasy Fantasy Per tutti

Legends & Lattes

Travis Baldree · 2022 · 348 pag.

4.5/5

Travis Baldree era doppiatore di audiolibri da vent’anni quando, nel 2021, ha avuto il pensiero: perché non esiste una versione rilassata del fantasy? Ne ha scritto una in ventisei giorni durante il NaNoWriMo, l’ha autopubblicata nel febbraio 2022 finanziandola con una campagna crowdfunding, e Tor Books l’ha acquisita. Il libro è diventato finalista all’Hugo Award e al Nebula. Ha dato il nome a un genere.

Viv è un’orca mercenaria che decide di smettere. Arriva in una città che non sa cosa sia il caffé, affitta un locale, e comincia a costruire qualcosa — dal nulla, con le mani, con l’aiuto di persone che non si aspettava di incontrare. La posta narrativa è minima nel senso più preciso: nessuno muore, nessun regno cade, nessun oscuro signore torna. Il conflitto è se Viv riuscirà a tenere aperto il negozio e a fidarsi delle persone che le vogliono bene.

Baldree scrive i personaggi con una cura insolita per il genere: Viv ha un passato che pesa in modo credibile, non melodrammatico; la romance è slow burn costruita su fiducia reciproca invece che su tensione artificiale. Il ritmo dell’audiobook narrato dall’autore stesso è tra i migliori del genere.

3
Fantascienza Per appassionati

Il ministero per il futuro

Kim Stanley Robinson · 2020 · 560 pag.

4.0/5

Kim Stanley Robinson non scrive romanzi di azione climatica — scrive manuali di salvezza planetaria in forma narrativa. Il ministero per il futuro parte dall’immagine più devastante della sua carriera: il 2041, una ondata di calore in India che stermina 20 milioni di persone in due settimane. Poi si ferma. Non prosegue come thriller di sopravvivenza, ma come esercizio sistematico di problem solving: un’agenzia internazionale nominata a difendere gli interessi delle generazioni future lavora attraverso istituzioni, conflitti geopolitici, strumenti finanziari e soluzioni tecniche per contrastare il collasso climatico. Non è fantascienza nel senso del meraviglioso — è fantascienza didattica, quella che costruisce uno scenario plausibile e poi esplora le sue conseguenze con la serietà di un rapporto tecnico travestito da narrativa.

Il libro funziona quando Robinson smette di descrivere e inizia a mostrare: il capitolo d’apertura è magistrale, il ritratto di Mary Murphy come burocrate consapevole e determinata ha una forza che raramente emerge dal resto del testo, le digressioni sul carbonio e il fotone aggiungono una prospettiva cosmologica che interrompe senza distruggere. Ma il romanzo soffre di eccesso di intenti. Dove manca caratterizzazione approfondita, Robinson compensa con dati e soluzioni tecniche; dove manca conflitto psicologico, inserisce dibattiti economici. Frank May, il testimone della catastrofe iniziale, scompare dal testo come centro di gravità narrativa e diventa pretesto di una ricerca di senso che il libro non riesce a rendere urgente. Peggio ancora, la visione politica è ingenua: il romanzo assume che di fronte all’evidenza della fine la ragione prevalga, che le istituzioni si riformino, che il capitale finisca per favorire la sostenibilità. È un ottimismo che la storia contemporanea smentisce quotidianamente.

Vale la pena leggerlo? Sì, ma con occhio critico. È un libro per lettori che non hanno paura del saggio mascherato da narrativa, che cercano idee più che personaggi, che riconoscono nel solarpunk non un genere consolatorio ma una forma di resistenza: la documentazione ossessiva di quel che potrebbe funzionare, contro il paralysis-by-analysis che caratterizza il dibattito climatico contemporaneo. Robinson sa che il romanzo non salva il mondo — ma sa anche che immaginare alternative concrete, anche se imperfette, è parte del lavoro di chi ancora spera. Questo è il valore che rimane oltre i difetti narrativi: non il capolavoro letterario, ma la testimonianza di un autore che ha scelto di scrivere come atto di fede nella razionalità umana proprio mentre la osservava fallire.

4
Fantascienza Per appassionati

I reietti dell’altro pianeta

Ursula K. Le Guin · 1974 · 339 pag.

4.5/5

Ursula K. Le Guin non ha scritto una semplice finzione speculativa: I reietti dell’altro pianeta è un trattato politico travestito da romanzo, e proprio per questo resta straordinariamente efficace. Due pianeti gemelli, Anarres e Urras, divisi da barriera ideologica: il primo ospita una comunità anarchico-collettivista nata dal trasferimento dei seguaci della filosofa Odo, il secondo incarna il trionfante capitalismo. Shevek, fisico libertario di Anarres, attraversa il muro per proporre una teoria rivoluzionaria del tempo — ma quello che scopre è che nessuna società, nemmeno quella anarchica, è esente da compromessi, gerarchie silenti, oppressioni mascherate.

Il genio del libro è rifiutare la semplicità. Le Guin non scrive un’apologia dell’anarchia, bensì un esame impietoso di come il potere emerge anche dove teoricamente non dovrebbe esistere. Urras non è un inferno consumista — ha bellezza, arte, complessità; Anarres non è il paradiso — ha scarsità, conformismo, esclusione. Questa equidistanza morale è quello che i critici chiamano «utopia ambigua», ed è precisamente quello che lo salva dall’essere propaganda travestita.

Oggi I reietti dell’altro pianeta è il testo fondativo del solarpunk: ogni futuro ecologico e anarchico che i giovani scrittori immaginano poggia su questa architettura. Ha vinto Hugo, Nebula e Locus nel 1974. Il libro è denso, filosofico, lento di passo — non è per chi legge fantascienza d’azione. Ma per chi vuole capire come la letteratura può pensare politicamente senza predicare, è imprescindibile.

5

The Long Way to a Small, Angry Planet

Becky Chambers · 2014 · 416 pag.

Wayfarers (vol. 1)

4.0/5

Chambers ha portato nella space opera una sensibilità cozy che sembrava incompatibile con la scala del genere — e ha dimostrato che non lo è. La serie Wayfarers è ambientata in un futuro in cui l’umanità è una specie minore in una galassia affollata di civiltà, e si concentra sulle vite quotidiane degli equipaggi di navi cargo, sui rifornimenti, sulle amicizie, sulle scelte etiche piccole che costruiscono chi sei.

Non c’è un grande antagonista, non c’è una guerra galattica. C’è un equipaggio di otto persone — umani e alieni — che impara a convivere durante un viaggio di mesi verso il confine della galassia conosciuta. Chambers ha inventato la «cozy space opera» prima che il termine esistesse.