Anno
1988
Pagine
672
Lingua orig.
EN
ISBN
9788804350828

Il trono del drago

di Tad Williams (1988)

4.0/5
🔴 Per esperti

Quando The Dragonbone Chair uscì nel 1988, il fantasy epico aveva già Tolkien, Eddings, Donaldson: aveva cioè il paradigma dell’eroe che scopre il suo destino e parte alla ricerca. Williams lo sapeva, e decise di costruire qualcosa di strutturalmente diverso. Quello che propone non è un romanzo di missione ma un romanzo di corte — un fantasy dove la politica seduta attorno a un re che muore è più pericolosa di qualunque minaccia soprannaturale nominabile, e dove il protagonista, Simon, uno scudiero di cucina del castello di Hayholt, è così consapevolmente ordinario da rendere ogni sua scoperta un atto di autentica sorpresa narrativa. Williams usa l’ignoranza del personaggio come strumento preciso: Simon non capisce, e il lettore capisce appena più di lui, e questa asimmetria costruisce una tensione che la maggior parte dei fantasy coevi non sapeva nemmeno cercare.

Ciò che distingue The Dragonbone Chair dai suoi contemporanei non è l’ampiezza del worldbuilding — che è considerevole — ma la qualità dell’abitazione narrativa. Osten Ard non sembra un mondo costruito per ospitare una quest; sembra un posto in cui le persone vivono da secoli con i loro interessi, le loro paure, la loro memoria storica. La minaccia degli Sithi, i misteriosi esseri elfici, emerge come un’eco che il regno si rifiuta di ascoltare, il che è già un commento sulla politica reale più acuto di quanto la forma tradizionale del fantasy consentisse. I personaggi secondari — il dottor Morgenes, Binabik, il principe Josua — hanno volume proprio e traiettorie proprie. Nessuno esiste per servire la comprensione di Simon. Questo è raro nel 1988.

George R.R. Martin ha dichiarato esplicitamente che fu la lettura di questo ciclo a convincerlo che il fantasy potesse fare qualcosa di più del suo schema convenzionale. È una citazione che pesa, perché Memory, Sorrow, and Thorn è visibilmente il laboratorio in cui vengono testate le intuizioni che Martin perfezionerà in A Song of Ice and Fire: la corte come campo di battaglia, la morte dei personaggi secondari come evento narrativo reale, il grimdark non come estetica ma come conseguenza logica di un mondo in cui il potere funziona davvero. Williams non ha avuto lo stesso impatto culturale del suo discepolo, ma chi legge Il trono del drago oggi legge l’origine di molte cose che ha amato dopo.