- Anno
- 1990
- Pagine
- 306
- Lingua orig.
- EN
- ISBN
- 9788834432211
Il Buio Profondo
di R.A. Salvatore (1990)
Serie: La Leggenda di Drizzt — vol. 1
Prima di diventare il franchise da 35 milioni di copie che oggi occupa uno scaffale intero in ogni libreria fantasy, Il Buio Profondo era un esperimento rischioso: rendere un drow — nell’immaginario di Dungeons & Dragons sinonimo di crudeltà rituale — un protagonista con cui il lettore potesse identificarsi senza riserve. R.A. Salvatore vince la scommessa costruendo Menzoberranzan come una macchina sociale coerente fino all’ultimo dettaglio: matriarcato clericale, Case in guerra perenne, un culto a Lolth che non è sfondo decorativo ma la logica stessa che regola ogni relazione, ogni tradimento, ogni promozione di rango. È il worldbuilding, più che la trama, a reggere il romanzo — e infatti la critica più generosa verso questo libro riguarda quasi sempre la città sotterranea, non gli eventi che vi si svolgono.
Il limite, quando c’è, sta proprio nel personaggio che il libro vuole mettere al centro. Drizzt non impara la propria moralità per attrito con il mondo, non la conquista commettendo errori che lo costringono a ripensarsi: nasce già sapendo che la sua cultura è malvagia, osserva la ferocia dei sacrifici e degli intrighi di Casa Do’Urden con un distacco morale che lo rende immune fin dalla culla. È una scelta che semplifica il conflitto interiore invece di complicarlo, e che spiega perché tanti lettori — pur premiando il libro con un affetto quasi generazionale, 4,26 su Goodreads e oltre centomila valutazioni — lo trovino prevedibile: il lettore sa già come andrà a finire perché lo sa già il protagonista, e Salvatore preferisce quasi sempre dichiarare l’interiorità dei personaggi piuttosto che lasciarla emergere dall’azione.
Quello che tiene in piedi il romanzo, ed è la ragione per cui vale ancora la pena leggerlo quasi quarant’anni dopo, è il rapporto tra Drizzt e Zaknafein: l’unico legame del libro che non è calcolo, il solo personaggio drow che tradisce apertamente Lolth pur restando dentro il sistema, e la cui morte in sacrificio nel finale è l’evento che dà peso emotivo a tutto ciò che era rimasto astratto fino a quel momento. È un romanzo di formazione mascherato da fantasy di intrighi, e la sua eredità — un drow che Baldur’s Gate 3 non osa nemmeno mettere in scena direttamente, limitandosi a farne il fantasma nei dialoghi e nei tomi dell’Underdark — dice quanto in profondità Salvatore abbia riscritto le regole di cosa un drow potesse essere nel canone di Dungeons & Dragons.